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In un mondo che è sempre più privo di cardini socio-culturali condivisi, nel quale si vanno perdendo le tradizioni che accomunano, lasciando spazio a un mondo sempre più in mano all’individualità dei soggetti che lo costruiscono, senza voler dare a ciò un valore di segno positivo o negativo, si apre ancora più di prima la necessità di riflettere sul tema della diversità. Mi sono chiesta e vi chiedo: cosa significa diverso? Ci abbiamo mai pensato?

Proviamo a partire da un piccolo giochino:

“Pensate a una persona che in questo momento, nella vostra vita, non sapete se avvicinare o allontanare da voi. Può essere un amico, un collega, chi volete. Pensate ora, dato che non sapete darvi una risposta, di affidarvi all’universo: Universo dammi un segno! Io non lo so, dimmelo tu! Immaginiamo ora che una farfalla entri dalla finestra e si posi davanti a voi; è lei il segnale dunque. Voi cosa direste? Che segnale è secondo voi? Quella persona è da avvicinare o allontanare?

Qualsiasi sia la risposta che vi dareste è assolutamente corretta, perché semplicemente rappresenta la vostraverità; quella che per dirla tutta avevate già dentro, ma fino a che essa rimaneva lì, non riuscivate a vedere. 

Questo piccolo giochino era per farci toccare con mano quanto “la realtà sta davvero negli occhi di chi la guarda”. Ognuno ha dato un’interpretazione diversaalla farfalla e ogni interpretazione aveva un senso, un significato, del tutto pertinente, detto in altri termini aveva un significatounico, al limite più o meno condivisibile, ma ciò non lo rende meno valido di un altro. 

Ho pensato che “diverso” implica di frequente la preposizione “da”; “diverso da” qualcos’altro, che spesso e facilmente viene assunto come normalità; giusto, in modo assoluto. MI chiedo anche però: quando parliamo di persone, di soggetti, chi può dire veramente cosa sia normale?Cosa sia giusto, in modo assoluto, dal momento che il mondo è fatto dalle persone? 

Abbiamo visto poco fa, con il giochino della farfalla, che cosa significa essere “persone”: significa essere tutti diversio per meglio dire unici.

Credo davvero che il tema della diversità ci riguardi tutti, nessuno escluso e ci riguarda molto da vicino. Non si tratta semplicemente di definirsi più o meno razzisti, di sentirsi più o meno caritatevoli, di saper accogliere gli esclusi, gli emarginati ecc., ma si tratta prima di ogni cosa di chiedersi quanto sono in grado di accogliere l’Altro come “altro da me”,del quale non so nulla. 

Questa cosa la possiamo sperimentare già nelle mura di casa nostra, sul lavoro, con i nostri figli ed è una cosa così minimale da essere spesso molto difficile da tenere presente. Ognuno ha una propria storia, un proprio essere, un proprio modo di funzionare e di leggere la realtà; è proprio banale, è un fatto, eppure se ci pensiamo molte volte ci comportiamo come se la nostra realtà non fosse solo nostra, ma dovesse in qualche modo appartenere a tutti. In altre parole la assolutizziamo, incaponendoci affinché l’altro si uniformi a questa realtà resa assoluta, dedicando moltissime energie nel trovare modi perché ciò accada.

Per esempio: quante volte vi sarà capitato di passare ore a discutere con il marito o con la moglie ribadendo continuamente il proprio punto di vista, per arrivare poi alla conclusione: “va beh…la vediamo in modo diverso!”, con tono arrendevole. Ci viene mai in mente di chiedere all’altro “Aspetta un attimo, ma perché tu la vedi così? Mi aiuti a capire perché la vedi in questo modo?”. Quelle stesse ore, al posto che essere spese per arrivare a una conclusione che conoscevamo già prima (avere una visione differente), potrebbero portarmi invece a conoscere qualcosa in più del mio partner e anche di me.

Potremmo allora dire in qualche modo che il concetto di diversitànasce laddove noi assumiamo il nostro punto di vista come assoluto, come unità di misura e non semplicemente come “nostro”. Da lì nasce il giudizio e si insedia la paura, mentre basterebbe solamente un po’ di sana curiosità.

Dott.ssa Alessandra Micheloni

Psicologa – Psicoterapeuta