Come vi ho già raccontato nella prima parte del mio articolo, il suono nasce dal respiro e si trasforma in vibrazione.

È curioso vedere come da sempre l’uomo abbia conferito una certa grandezza e importanza alla voce. Sul suono e sul canto, si fonda, infatti, il potere evocativo di ciascuna credenza e ritualità. Basti pensare, ad esempio, alle litanie gregoriane, ai mantra buddisti, ai canti liturgici cristiani, ai cori gospel. Per arrivare, poi, alle forme tribali, in cui gli antichi utilizzavano il suono come veicolo per entrare in contatto con entità superiori, con quel “mondo altro” da venerare, ringraziare o celebrare.

Sembra proprio che tutta la nostra esistenza sia avvolta nel suono stesso. Sembra che non ne possa fare a meno, che riconosca in esso la sua dimensione originaria e che ci inviti a prendere coscienza della nostra più grande istanza: l’unione. È proprio grazie al suono che i rapporti prendono vita.

Pensiamo alla nascita di un bambino: la prima manifestazione del suo essere vivo è il pianto, che ha anche funzione di richiesta di aiuto e che indurrà la madre ad accoglierlo tra le sue braccia per cullarlo, oltre che col corpo, con dolci canti che lo ammalieranno e lo faranno sentire al sicuro. Ecco il primo contatto, il primo rapporto della nostra esistenza. E tutto grazie al suono della voce.

Prima ancora di iniziare a parlare, in un certo senso, cantiamo, con gorgheggi e lallazioni, perché il suono è l’unico canale che ci consente di comunicare con l’altro. Ma, man mano che cresciamo, succubi della società e di un’educazione, ormai, malsane, perdiamo il contatto con noi stessi, il nostro respiro si sposta dal ventre al petto e l’espressività diviene un’automatismo privo di coscienza di Sè. Ed è proprio in questo caso che il suono e la voce possono tornare a svolgere la loro funzione originaria di coesione col tutto.

Oggi, un aiuto piuttosto consistente in questo senso lo dà la Musicoterapia. Una disciplina molto conosciuta all’estero, soprattutto in ambito sanitario, e che, pian piano, sta iniziando ad affermarsi anche qui in Italia. Tra le varie pratiche, esistono quelle che si preoccupano di aiutare i genitori dei giorni nostri ad instaurare un rapporto più sano coi propri piccoli attraverso la musica, il canto di canzoni meditate per lo scopo e la motricità. Ed è questo un espediente che permette agli adulti di assistere ed educare (nel suo senso etimologico del termine: contribuire a “portar fuori”) i propri bambini, dando loro lo spazio e la fiducia che meritano, senza chiuderli in rapporti soffocanti e limitanti, e divenendo consapevoli dell’individualità che li contraddistingue. Dal canto loro, i bambini si sentiranno guidati e amati, la loro creatività e intelligenza verrà costantemente stimolata da giochi musicali adatti alla loro età, che saranno anche dei facilitatori per lo sviluppo del linguaggio, per la presa di coscienza del proprio corpo, ma soprattutto per la creazione delle relazioni che segneranno le loro vite.

Come abbiamo visto in questo breve excursus, il canto ha, dunque, molteplici funzioni nella nostra esistenza, anche se non sempre ne siamo coscienti: è capace di connetterci al divino, di spingerci a guardarci dentro e prendere consapevolezza del nostro corpo, di raccontare le nostre emozioni, di educare, di aiutarci nelle relazioni e connetterci l’un l’altro…in un certo senso è una delle medicine migliori al mondo ed è forse proprio per questo che viene considerato la miglior cura per l’anima.

Elisa Costanzo