Da anni sono presenti azioni per arginare la diffusione sul web di contenuti pro-anoressia, ma su Instagram la problematica è ancora viva. #ana (anoressia) e #mia (bulimia) sono i due diminutivi usati per descrivere in rete questi disturbi. Molti blog si sono trasformati in veri e propri diari di pensieri scritti da una sorta di personificazione dell’anoressia, con frasi come: “Dimagrisci. Forse piaceresti a qualcuno” o “Entrerò nella tua testa e prenderò il controllo”.
Basta digitare hashtag come #thinbody, #wannabeskinny o #restricting per scovare un quantitativo di corpi martoriati da diete restrittive. Sebbene Instagram faccia comparire un avviso sui contenuti pericolosi, basta cliccare “continua” per accedere a immagini di pratiche autolesioniste e lotte tra disturbi.
La condivisione tramite immagine è il punto più pericoloso: il confronto tra corpi ha un’influenza pesantissima sulle giovani ragazze. Vedere scorrere migliaia di immagini di corpi eccessivamente magri funge da elemento di mantenimento della costruzione mentale dei disturbi alimentari. Alcune pazienti riferiscono: “Vedere che altre ce la fanno ti fa pensare che non stai facendo abbastanza” o “Guardare le altre mi fa venire voglia di vomitare ancora”. C’è una forza in questa condivisione che sfugge al controllo e che deve essere considerata un fattore di mantenimento del disturbo.